Sono entrato nel diciassettesimo anno di condominio, e quando lo dico mi sembra quasi di parlare di un matrimonio lungo, fatto di compromessi, silenzi strategici e qualche inevitabile litigio. Con il tempo, come succede tra persone che condividono spazi e abitudini, ci siamo smussati gli spigoli. Ma non è sempre stato così.
I primi anni sono stati un piccolo laboratorio sociale: episodi dettati più dall’ignoranza che dalla cattiveria, più dalla mancanza di educazione che da una reale volontà di creare problemi. Qualcuno, col tempo, se n’è andato sbattendo la porta. Qualcun altro, invece, ha imparato come funziona la convivenza civile. Diciamo che il condominio, come la vita, seleziona.
Io, di base, sono una persona diplomatica e tollerante. Non mi tiro indietro quando c’è da dare una mano, cerco sempre la strada del dialogo e della soluzione pratica. Ma ho un limite molto chiaro: esigo che non mi si rompano i cosiddetti per futili motivi. Soprattutto perché credo fermamente che quasi tutto, se affrontato con un minimo di buon senso, si possa risolvere parlando.
Lascia una risposta